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Mi manca Giovanni Paolo II

Valentina Alazraki ricorda il “suo” Papa nella conversazione con Włodzimierz Redzioch

Włodzimierz Rędzioch

Valentina Alazraki è nata in Messico ma dal 1974 si trovava a Roma, dove studiava giornalismo e collaborava con la televisione messicana “Noticieros Televisa”. A volte si occupava del Vaticano, ma i suoi servizi vaticani si limitavano alle udienze papali. Nel 1978 avrebbe dovuto tornare in Messico e lavorare in televisione: aveva già acquistato un biglietto per il 10 agosto. Ma accadde qualcosa che la fermò a Roma e che avrebbe cambiato la sua vita – il 6 agosto, Paolo VI morì e i suoi superiori le chiesero di rimanere un mese in più e di coprire gli eventi vaticani. Ma questo “mese” non è mai finito: Alazraki lavora ancora per la televisione messicana ed è uno dei vaticanisti con la più lunga esperienza professionale, uno dei pochi che ha accompagnato Giovanni Paolo II nel tutto suo lungo pontificato. Ha seguito le sue attività, viaggiando con lui in tutto il mondo: ha partecipato a 100 su 104 viaggi all’estero del Papa polacco ed è stata la prima giornalista a intervistarlo sull’aereo (è stato durante il primo viaggio all’estero di Giovanni Paolo II in Messico nel gennaio 1979). Durante gli anni del pontificato, Giovanni Paolo II divenne per lei una persona molto vicina, non solo come papa ma anche come uomo.

In occasione dell’anniversario dell’elezione del cardinale Karol Wojtyła a Vescovo di Roma ho ricordato con Valentina Alazraki il “suo” Papa.

Włodzimierz Rędzioch

– Cosa facevi nel 1978?

Valentina Alazraki

– Io stavo a Roma e da qualche anno studiavo scienze della comunicazione e il vero debutto l’ho fatto con la morte di Paolo VI, prima il mio lavoro in Vaticano si limitava a qualche udienza del Papa. Ma per dire la verità io dovevo partire per il Messico il 10 agosto per lavorare alla televisione Televisa. Ma siccome Paolo VI è morto il 6 agosto, allora mi hanno chiesto di rimanere un mese di più per coprire gli eventi in Vaticano. Dopo i funerali c’era il conclave, l’elezione di Giovanni Paolo I e la sua morte improvvisa seguita dal nuovo conclave. E così sono arrivata all’elezione di Karol Wojtyła. I miei capi alla televisione hanno capito subito che si trattava di un evento completamente nuovo e rivoluzionario e mi hanno chiesto di rimanere a Roma. Anche perché Giovanni Paolo II aveva annunciato il suo prossimo viaggio in Messico.

Allora è stato il destino che io dovevo rimanere a Roma e seguire i Papi. Se Paolo VI fosse morto dopo il 10 agosto, io sarei stata già di ritorno a casa in Messico.

– Si prevedeva una svolta così grande nella Chiesa come è stata l’elezione di Giovanni Paolo II?

– Sicuramente no. Come al solito si parlava di due papabili che si confrontavano come era nel conclave che ha eletto Paolo VI, anche nel primo conclave del 1978 si parlava dei cardinali Siri e Benelli ma è uscito un outsider, Luciani. 

– Cosa raccontavano i vaticanisti quando si preparava il secondo conclave? Si prevedeva una svolta così grande nella storia del papato?

– Sicuramento no. Il card. Wojtyla non era tra i papabili. C’era soltanto qualche collega che prendeva in considerazione la sua elezione.

– Allora anche per te era una sorpresa. Cosa hai fatto per conoscere il nuovo Papa?

– Sono andata subito in Polonia per ripercorrere i luoghi della vita di Karol Wojtyła, come Wadowice e Cracovia, intervistando le persone che lo hanno conosciuto come studente, sacerdote, vescovo e cardinale. Queste persone mi hanno parlato anche della sua passione per la poesia e il teatro ma anche dei rapporti speciali con il mondo ebraico (per questo sono andata anche ad Auschwitz). In questo modo potevo raccontare le diverse esperienze della vita del nuovo Papa, perché non si conosceva un Papa che prima di diventare Papa aveva fatto l’operaio, l’attore, che sciava, andava in canoa, scalava le montagne.

– E come hai percepito la Polonia?

– Per i polacchi l’elezione dell’Arcivescovo di Cracovia a Papa era una specie di miracolo. E i polacchi ponevano tutte le loro speranze in Giovanni Paolo II, sia sul piano politico sperando nella liberazione dal comunismo, sia sul piano religioso, sperando nella libertà religiosa. C’era questo orgoglio nazionale, patriottico, religioso nato dal fatto che il papa era polacco. E queste cose le ho capito ancora meglio quando sono andata con lui in Polonia nel 1979. Mi ricordo la Messa sulla piazza della Vittoria a Varsavia con un milione di persone quando il Papa invocava la discesa dello Spirito Santo per cambiare la terra: era un discorso dirompente che fece cambiare la Polonia e il mondo. Penso che il Muro di Berlino abbia cominciato a cadere proprio durante il primo viaggio in Polonia.

– Non tutti si ricordano che Giovanni Paolo II fin dall’inizio era anche attaccato e criticato dai certi ambienti ecclesiali, intellettuali e politici, come un conservatore e un anticomunista. Tu come percepivi la reazione della gente, fuori dalla Polonia, alla figura del nuovo Papa?

– Noi messicani guardiamo Giovanni Paolo II dalla prospettiva dei suoi viaggi in Messico, particolarmente il primo. I messicani si sono innamorati del Papa che vedevano come la persona che rompeva moltissimi schemi e tabù, un uomo di grande carisma e umanità ma anche progressista sul piano sociale. Il Papa parlava dei diritti degli indigeni, degli agricoltori e degli operai e sottolineava che sulla proprietà privata c’è l’ipoteca sociale.        

– A te, personalmente, che cosa colpiva di più nella persona di Giovanni Paolo II?

– A me colpiva la personalità dirompente di Giovanni Paolo II con un carisma e una grandissima capacità di comunicare. Ma con il passare del tempo mi impressionava il fatto che lui aveva due identità: il carisma, quasi una “sacralità” del Papa, e allo stesso tempo un grandissimo calore umano che faceva sentire ogni persona che lo incontrava a suo agio. In lui c’era il carisma del Papa e una grande umanità mai vista prima nei papi. Lui aveva la capacità di entrare in sintonia con qualsiasi pubblico: giovani, anziani, monache, scienziati, artisti, vescovi, ecc. Aveva anche il dono di far capire i concetti difficili in modo semplice, anche con un gesto. Giovanni Paolo II era un Papa che come mai ha saputo utilizzare la televisione (non c’erano ancora tutte le reti sociali che esistono oggi) ed era perfetto per la televisione. Nella prima parte del pontificato, il Papa mi sembrava una specie di “crociato” che andava in giro per il mondo appoggiato sul pastorale per proclamare la libertà dell’uomo, la libertà religiosa, convinto che con la forza della fede si poteva abbattere i muri. Quando noi, giornalisti, nei primi dieci anni andavano con lui in giro per il mondo avevamo veramente l’impressione di essere testimoni della storia, la storia con la “S” maiuscola.       

– Certi paragonano Giovanni Paolo II a san Paolo, il più grande missionario…

– E’ vero. Giovanni Paolo II aveva questa idea della missione, voleva portare il messaggio di Cristo ai posti più sperduti della terra. Mi ha detto una volta che con il primo viaggio in Messico aveva capito come doveva essere il suo pontificato: itinerante. In Messico vedeva lungo le strade milioni di persone che non avrebbero potuto andare a Roma vederlo. Allora doveva andare lui verso la gente.

– Ha fatto quasi tutti i viaggi del Papa all’estero. Che cosa ti è rimasto per sempre nel cuore di questa esperienza?

– Ho mille immagini in mente. Ma di nuovo devo tornare al primo viaggio in Messico quando il Papa appena arrivato baciò la terra. Il popolo messicano non ha mai dimenticato questo gesto di Giovanni Paolo II: il Papa che arriva, si inginocchia e bacia la loro terra. Mi ricordo il Papa in Polonia sulla piazza della Vittoria, il Papa con Madre Teresa a Calcutta nella casa dei moribondi; mi ricordo in Africa, nel Senegal all’isola degli schiavi di Gorée; mi ricordo lui sul Monte Nebo in Giordania quando si mise a guardare la Terra Promessa come un nuovo Mosè; mi ricordo lui quando si avvicina con un bastone al Muro del Pianto per lasciare il suo bigliettino; mi ricordo lui a Cuba con Fidel Castro che ha assistito alla Messa. La Giornata Mondiale della Gioventù a Manila dove non si è mai vista tanta gente nella storia, 3-4 milioni di giovani e il Papa doveva arrivare con l’elicottero perché non poteva passare con la macchina. 

Ma le immagini più forti mi sono rimaste in mente degli ultimi viaggi. La canonizzazione di Juan Diego nella basilica di Guadalupe e sembrava che morisse lì: i messicani non si sono mai scordati questo estremo sacrificio del Papa perché il Papa è andato lì quasi moribondo ma voleva dire addio al Messico canonizzando Juan Diego; mi ricordo l’ultimo viaggio a Lourdes quando si inginocchiò nella Grotta delle Apparizioni e mons. Marini e Dziwisz lo tiravano su.

– Parlando degli ultimi viaggi di Giovanni Paolo II bisogna ricordare che avevano come meta i santuari mariani: l’ultimo viaggio in Italia, Loreto, l’ultimo viaggio all’estero, Lourdes appunto. Quando ha scoperto il tratto mariano del Papa?    

– Io dall’inizio ho scoperto che Giovanni Paolo II era un Papa mariano. Quando parlai con lui prima del suo viaggio in Messico, mi disse che voleva visitare Guadalupe. E questo suo tratto mariano l’ho capito quando alla Madonna di Guadalupe lui affidò tutto il suo pontificato. Tra l’altro il suo amore per il Messico passò attraverso Guadalupe perché diceva sempre che la Madonna di Czestochowa e quella di Guadalupe erano molto simili: erano tutte e due il punto di riferimento per la nazione e nei momenti difficili della storia erano fattori d’unità nazionale.

– Certe persone dicono che Giovanni Paolo II viaggiando molto abbia trascurato la Curia, il governo della Chiesa. Sei d’accordo?

– La sua priorità era la missione e il suo interesse per la Curia era minore. Giovanni Paolo II pensava probabilmente che in quel momento storico della secolarizzazione e della divisione del mondo in due blocchi lui dovesse fare il missionario in tutto il mondo.  Era un uomo che delegava altre persone per affrontare questioni interne e si fidava dei suoi collaboratori. Se loro erano all’altezza dei compiti è un’altra questione.   

– Giovanni Paolo II era percepito in certi ambienti come anticomunista e conservatore e per questo motivo era criticato ed osteggiato. Tu avvertivi questa ostilità?  

– Sicuramente le critiche c’erano ma finivano sui giornali perché non c’erano ancora le reti sociali che amplificano, spesso a dismisura, qualsiasi critica. Allora io vedevo le critiche ma percepivo prima di tutto un amore enorme verso Giovanni Paolo II dei milioni di persone in tutto il mondo. Basta ricordare i suoi funerali. Penso che quell’evento sia unico nella storia e noi lo rivedremo più. Milioni di persone che sbarcavano a Roma per vederlo per un attimo per l’ultima volta. La gente da tutte le parti del mondo stava a Roma per salutare il Papa: qui si vedeva quanto lui ha seminato nei cuori della gente. Senza parlare delle delegazioni di tutti i Paesi.  

– Anch’io incontro ogni giorno delle persone di diverse generazioni che sono rimaste credenti, che hanno mantenuto la fede o addirittura sono diventati sacerdoti o suore grazie alla fede e alla testimonianza di Giovanni Paolo II. Adesso certi ambienti attaccano la Chiesa e vogliono minare la fede della gente denigrando Giovanni Paolo II e astutamente gli contrappongono l’attuale Pontefice. Ma anche in certi ambienti ecclesiali si tenta di sminuire la statura del Papa polacco e d’incolparlo per le colpe non esistenti. Come vivi questa situazione? 

– La vivo con grande tristezza e dolore. E penso che sia un grande errore. Non si può mai rinunciare all’eredità così positiva e il pontificato di Giovanni Paolo era veramente un contributo positivo per la vita della Chiesa e di tutte le persone nel mondo. Rinunciare a coltivare quest’eredità, ripeto, è un errore enorme. Particolarmente oggi, nel momento della crisi della Chiesa, bisogna riscattare moltissimi messaggi di Giovanni Paolo II. Anch’io ho conosciuto tante persone che sono orgogliose di chiamarsi “generazione Giovanni Paolo II” e se oggi sono buoni adulti perché hanno seguito l’insegnamento del Papa. Allora, secondo me, bisognerebbe riconoscere di più tutto quello che lui ha fatto per esempio per i giovani e per la famiglia.

– In questo contesto mi urtano le parole, anche di certi ecclesiastici, che parlano della necessità di fare una rivoluzione nella Chiesa. Ma le rivoluzioni si fanno quando “il vecchio” è da buttare…

– Nella Chiesa non si può distruggere il passato dicendo che non era buono. Si può cambiare qualche cosa ma conservando tutto il bene del periodo passato. L’affetto che la stragrande maggioranza della gente ha per Giovanni Paolo II dimostra che i suoi 26 anni e mezzo del pontificato era qualche cosa di positivo.

– Le ultime accuse contro Giovanni Paolo II riguardano gli abusi dei minori da parte del clero, come se il Papa non reagisse abbastanza per affrontare questi crimini. Tu hai parlato di questo argomento anche con Francesco. Che idea Ti sei fatta circa il caso più eclatante cioè il caso Marcial Maciel?

– Io sono convinta che Giovanni Paolo II non è entrato in contatto con le vere accuse degli abusi che riguardavano il fondatore dei Legionari di Cristo. Sono convinta di quello anche per il comportamento che aveva il card. Ratzinger e poi Benedetto XVI nei confronti di Giovanni Paolo II. C’erano delle accuse che lui percepiva come false perché gli sono state presentate come una congiura contro la Chiesa. Anche perché Marcial Maciel gli giurò che era tutto falso. E non ci scordiamo che il Papa veniva da un Paese dove si facevano delle false accuse per screditare o ricattare i sacerdoti. Pare che solo alla fine della vita il card. Ratzinger lo informò della gravità delle accuse e lui dette l’autorizzazione al cardinale affinché procedesse con l’indagine. Questo fatto è stato dichiarato anche da Papa Francesco nella prima intervista che lui mi diede. Mi disse allora che Giovanni Paolo II aveva autorizzato il card. Ratzinger a procedere con le indagini. Il secondo dato di fatto è che quelli che si opponevano al card. Ratzinger non era il Papa ma certi suoi collaboratori. Quando Francesco ha parlato durante il volo, ha parlato di una riunione per la quale il card. Ratzinger aveva portato tutta la documentazione contro Maciel e dalla quale è uscito dicendo: “Ha vinto un altro partito”. Ma a quella riunione assolutamente non ha partecipato Giovanni Paolo II. E questo fatto me lo hanno confermato sia Francesco sia mons. Scicluna che era presente alla riunione.

– Le accuse contro Giovanni Paolo II servono a certe persone per mettere in dubbio la sua santità. Ma volevo chiedere a te: in che cosa consiste la santità di Giovanni Paolo II?

– Io penso che la sua santità sia legata alla sua fede, alla forza della preghiera, alla sua grande umanità. Lui era una persona di grande coerenza e integrità: non c’era nessuna discrepanza tra le cose che diceva e quello che faceva.   

– Che cosa ha lasciato nei cuori delle persone?

– Ha lasciato l’eredità della sua grande umanità. E qui volevo sottolineare l’importanza della seconda parte del suo pontificato quando si vedevano tutti i suoi limiti fisici. Quando ha dato l’esempio del suo personale Calvario e Via Crucis: la gente non se lo dimentica.

– All’inizio del pontificato uno dei vaticanisti più critici verso Giovanni Paolo II è stato Domenico Del Rio. Tanti anni dopo, morendo, ha chiesto di ringraziare il Papa per la testimonianza della sua fede. Ha detto: “Se la fiammella della mia fede non si è spenta mai, perché vedevo la fede del Papa e continuavo a credere”. La storia di Del Rio mi ha fatto capire che il più grande merito del Papa è stato questo il rafforzare dei fratelli nella fede, come Gesù chiedeva agli apostoli. Sei d’accordo?

– Assolutamente sì. Era un uomo di fede straordinaria e trasmetteva una forza incredibile. Tutto questo che faceva “all’esterno” si può capire guardando al suo “interno”, alla sua fede. E questa fede si vedeva in modo particolare quando celebrava la Messa. Vederlo nella cappella privata ma anche durante le celebrazioni pubbliche si aveva l’impressione che lui era completamente assente, conversava con Dio o con la Madonna. Ho letto delle testimonianze del processo di beatificazione e tutte le persone, da tutti i continenti che avevano con il Papa i rapporti diversi confermano che vederlo pregare era un’esperienza straordinaria. Aveva sempre il rosario in mano o nella tasca. La preghiera era come l’aria che respirava.

– E chi era Giovanni Paolo II per Te personalmente?

– Giovanni Paolo II faceva parte non soltanto della mia vita professionale ma anche quella privata. Gli anni del suo lungo pontificato sono stati anche gli anni più importanti della mia vita personale, quando ho incontrato mio marito, ho avuto le figlie che anche hanno conosciuto il Papa. Tutti i miei ricordi personali si intrecciano con i ricordi riguardanti Giovanni Paolo II che è diventato per me una figura paterna a cui mi sono tanto affezionata. Quando è morto nella casa mia lo abbiamo avvertito come un lutto in famiglia, come se fosse mancata una persona della nostra famiglia. L’ultimo commosso ricordo che ho di lui quando si affaccio alla finestra tre giorni prima di morire, mercoledì, il giorno dell’udienza. Io stavo con un gruppo di messicani che sono venuti a Roma dal Papa perché, dicevano: “Lui ci ha accompagnato nei 26 anni della nostra storia, adesso, quando si sta spegnendo, noi vogliamo stare vicino a lui”. E così dicevano tante altre persone venute a Roma nei giorni della sua agonia e morte. A me manca non soltanto come Papa ma come persona che mi ha accompagnato per più di un quarto del secolo.  

 

Fonte: settimanale cattolico “Niedziela”